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PIATTO DA ACQUERECCIA. BOTTEGA DEI PATANAZZI. URBINO, ULTIMO QUARTO DEL XVI SECOLO

Piatto da acquareccia
Bottega dei Patanazzi
Urbino, ultimo quarto del XVI secolo

Misure:

Diametro cm 43,5
Diametro del piede cm 29,3
Altezza cm 4,8
Peso: kg 2,644

Stato di conservazione:

consunzioni e piccoli minimali distacchi di smalto
sbeccature alle parti rilevate una caduta
di smalto alla tesa sul retro

Il grande bacile, poco profondo, è dotato di un cavetto largo e convesso, umbonato e sagomato al centro. La tesa, breve e orizzontale, è racchiusa in una doppia orlatura arrotondata e appena rilevata. Il bacile ha base piana e priva di cercine, con centro appena concavo in corrispondenza del cavetto.
La forma trae spunto dai bacili associati ai versatoi a anfora forgiati in metallo che ornavano le credenze ed erano utilizzati fin dal Medio Evo per lavarsi le mani durante i banchetti. Due o tre persone si lavavano le mani nello stesso bacile ed era onorevole lavarsi insieme a un personaggio illustre.
La decorazione è disposta a fasce concentriche con, al centro dell’umbone, uno scudo stemmato, non identificato, su fondo blu: ovale fasciata d’oro con capo d’azzurro e stella d’oro e campo con brocca ardente.
Intorno, separati da cordoli a finta baccellatura, una sequenza di motivi a grottesche con piccoli uccellini alternati a mascheroni, che si ripete identica sulla tesa. All’interno della balza del bacile si sviluppa il decoro principale, che vede alternarsi in simmetria figure di Arpie alate e di Chimere. L’ornato, delineato in arancio, verde e blu, spicca sul fondo bianco a smalto.
Questa decorazione, definita fino dal Rinascimento a “grottesche” o a “raffaellesche”, fa riferimento agli ornati introdotti grazie al rinvenimento delle pitture della Domus Aurea verso la fine del Quattrocento. La scoperta della reggia di Nerone, sepolta all’interno del Colle Oppio per damnatio memoriae, era avvenuta fortuitamente quando un giovane romano, nel 1480, cadde in una grossa crepa, apertasi nel terreno sul colle, ritrovandosi in un antro con le pareti ricoperte di figure dipinte.
I grandi artisti presenti nella città papale, tra i quali Pinturicchio, Ghirlandaio, Raffaello, visitarono subito queste grotte, le cui decorazioni divennero presto un soggetto decorativo di immenso successo: il termine grottesco, inteso come insolito, caricaturale o mostruoso, fu poi commentato da Vasari nel 1550 come “una spezie di pittura licenziose e ridicole molto”. 
I decori “a grottesche” circolavano molto anche nelle manifatture di ceramica, attraverso l’uso delle incisioni, variamente interpretati a seconda dell’estro degli artisti o delle richieste della committenza.
Il nostro bacile trova riscontro in manufatti analoghi prodotti sul finire del XVI secolo dalle manifatture di area urbinate. Si veda la serie di bacili conservati nei principali musei francesi, tra i quali il più prossimo per morfologia è quello della collezione Campana del Louvre (Inv. OA1496); questo però reca una decorazione a figure più complessa, mentre la decorazione del nostro esemplare è sobria e con stile acquarellato.
Lo stile, sicuro nella sua esecuzione, si avvicina a esiti decorativi ancora prossimi alle opere prodotte, attorno alla metà del XVI secolo, dalla bottega dei Fontana. L’ornato è molto legato al loro gusto, che trova in seguito naturale sbocco, attraverso l’opera di Antonio, anche nella bottega Patanazzi.
È nota dagli studi la contiguità tra le due botteghe, dovuta alla parentela e alla collaborazione tra i maestri Orazio Fontana e Antonio Patanazzi, entrambi formatisi nella bottega di Guido Fontana il Durantino. È dunque quasi naturale che le loro opere, spesso create secondo tipologie simili e per le medesime committenze, non siano sempre facilmente distinguibili, tanto che è documentata la presenza di opere istoriate o a grottesche di Orazio conservate presso la bottega di Antonio Patanazzi.
Premesso che gli studi hanno sempre sottolineato la collaborazione a più mani nell’ambito delle botteghe, è noto come “le grottesche” più antiche, finora conosciute, siano databili a partire dal 1560, quando la bottega Fontana esegue il cosiddetto Servizio Spagnolo e come, da quel momento, tale ornato divenga uno dei più richiesti dalle committenze di rango. Si ricordano le opere create per i Granduchi di Toscana, quando Flaminio Fontana insieme allo zio Orazio fornisce ceramiche a Firenze, e, in seguito, le altre commissioni di rilevante importanza: quelle per il servizio dei Duchi d’Este o per la Farmacia messinese di Roccavaldina, associate alla bottega Patanazzi quando, ormai dopo il 1580, Antonio Patanazzi comincia a firmare la propria opera.
Così, nel nostro bacile, la presenza di mascheroni appesi a ghirlande, di più antica memoria, si associa nell’opera a condotte stilistiche più avanzate nel tratteggio delle Chimere e delle Arpie, qui in una visione frontale con le ali dipinte in due diverse modalità di ornato; anche il tema degli uccelli sull’orlo, a completare la decorazione della tesa sottile, ci pare delineato in una versione ancora precoce, comunque da collocare nell’ambito del Ducato di Urbino, nel periodo di attività e di collaborazione tra le due botteghe, prima della scelta decorativa più “bamboleggiante”, tipica della fine del secolo e dell’inizio del XVII secolo, che maggiormente caratterizza il periodo della bottega Patanazzi sotto la direzione di Francesco.

Bibliografia:

Philippe Morel, Il funzionamento simbolico e la critica delle grottesche nella seconda metà del Cinquecento, in: Marcello Fagiolo, (a cura di), Roma e l’antico nell’arte e nella cultura del Cinquecento, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1985, pagg. 149 -178.
M. Spallanzani, Maioliche di Urbino nelle collezioni di Cosimo I, del cardinale Ferdinando e di Francesco I de’ Medici, “Faenza” 1979, IV, pp.115-116.
F. Negroni, Una famiglia di ceramisti Urbinati: i Patanazzi, “Faenza”, LXXXIV, 1998, 1-3, p. 104-115.
C. Fiocco – Gherardi G, I Patanazzi: alla ricerca di Antonio; la scodella del Maldonado, in “Faenza“, bollettino del Museo internazionale delle ceramiche in Faenza, XCV, 2009, 1-6, p. 64

Cover Photo: Fabrizio Stipari