Scroll Top
CALAMAIO DI MAIOLICA. BOTTEGA DI VIRGILIOTTO CALAMELLI (ATTR.) FAENZA, SECONDA METÀ DEL XVI SECOLO

Calamaio di maiolica
Bottega di Virgiliotto Calamelli (attr.)
Faenza, seconda metà del XVI secolo

Misure:

Altezza: cm 11
Larghezza: cm 20,5
Profondità: cm 7,5
Peso: 363

Stato di conservazione:

alcune sbeccature alla parte superiore del mascherone sull’imboccatura. Ansa incollata, senza integrazioni; sbeccature minori in alcune parti rilevate.

L’oggetto ha forma di piede dotato di calzatura alla greca, che si riconosce in alcune parti rilevate. Il piede è modellato anatomicamente con le dita scoperte, mentre la caviglia è parzialmente vestita dal calzare e sul tallone è situata una piccola ansa circolare per reggere l’oggetto. L’imboccatura del contenitore è plasticata in forma di mascherone. L’interno, completamente ricoperto di smalto, suggerisce che l’opera era destinata a essere usata come calamaio o comunque a contenere un liquido. La base d’appoggio è priva di smalto.
Il decoro pittorico, rapido e corsivo, si limita a veloci ombreggiature di blu cobalto tra le dita del piede, più accurate nel sottolineare le unghie, accompagnate da lumeggiature di giallo citrino per esaltare le forme. Il mascherone è dipinto a punta di pennello, a marcare con tratti nervosi gli occhi e a evidenziarne il profilo, mentre sottili righe di colore giallo-arancio orlano l’interno dell’imboccatura.
Questa decorazione è definita “compendiaria” fin dal Rinascimento e caratterizza il periodo produttivo che, dalla metà del XVI secolo, si protrae fino circa alla metà del secolo successivo, influenzando in modo determinante il gusto: da quello policromo dell’istoriato, si converte in uno stile rinnovato che “compendia” in pochi colori l’ornato delle opere, lasciando maggiore risalto alle forme, spesso ispirate da esemplari metallici.
I cosiddetti “bianchi” di Faenza sono definiti da Vasari “… e di Faenza che per lo più le migliori sono bianchissime e con poche pitture e quelle del mezzo o intorno, ma vaghe e gentili affatto …” (Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, 1568). La fortuna della nuova moda è tale da condurre la fama di Faenza in tutta Europa, dove il nuovo stile fa presa in numerosi centri produttivi.
L’opera in oggetto trova riscontro in manufatti analoghi prodotti nella città romagnola e in altri centri italiani a partire dalla metà del XVI secolo e caratterizzati da questa foggia raffinata.
L’esemplare in maiolica di confronto più vicino è un piede acquistato dal British Museum nel 2011 (inv. 2011, 8008.1), già pubblicato da Carmen Ravanelli Guidotti nel 1996 e in seguito da Dora Thornton nel 2016 in occasione del convegno sulla ceramica del Rinascimento ad Assisi.
L’opera del British Museum reca sotto la base l’iscrizione “VR.FA” – associata a Virgiliotto Calamelli – ed è caratterizzata da una decorazione “compendiaria” che indugia sulla forma del calzare adorno di foglie, colorandole di giallo arancio. Il nostro piede, molto affine morfologicamente, lascia invece acromo il calzare in rilievo, ombreggiandone solo alcuni tratti con stile acquarellato.
Oltre alla decorazione pittorica, il confronto tra queste due opere mette in evidenza altre sottili differenze, come il peculiare e non seriale intervento di rifinitura nell’esecuzione della plastica una volta estratta dallo stampo: si veda l’imboccatura, ovale sul nostro esemplare, tonda invece su quello del British Museum. Il mascherone di quest’ultima opera reca sul capo un paio di corna caprine ed è dotato di largo naso adunco, accompagnato da baffi arricciati e da una barba spettinata. Di contro, il volto grottesco del nostro piede, che ha perduto la decorazione sul capo, ha tratti meno scultorei, con preponderanza di smalto materico, ben visibile nelle colature del decoro.
La modalità esecutiva della nostra maiolica, unitamente alla mancanza di sigle, non esclude un eventuale attribuzione più allargata alle altre botteghe faentine coeve.
A questo proposito è utile ricordare come spesso si trovino opere morfologicamente affini siglate da differenti botteghe faentine e come in questi ambiti produttivi gli artefici attivi fossero numerosi, tanto che risulta difficile riconoscere le varie personalità artistiche cui ricondurre le singole opere. È anche importante sottolineare infatti come le botteghe lavorassero in parallelo a quelle più note dei Calamelli, Mezzarisa, Bettisi e Utili, tutte ugualmente impegnate nella rivoluzione del gusto del “periodo compendiario”.
Così tra i documenti di inventario troviamo elenchi dettagliati riguardanti le credenze ordinate alle botteghe di Faenza con forme tra loro somiglianti, ma recanti sigle differenti: un esempio per tutti la saliera a dolfin prodotta sia in smalto bianco nelle botteghe Calamelli e Bettisi, sia con fondo berettino in quella Utili (C. Ravanelli Guidotti, Bianchi di Faenza, Ferrara, 1996, p. 210 n. 46 e p. 236 n. figg. 3a-3b).
Lo scambio degli stampi tra le varie botteghe è rilevabile anche in una famiglia di opere analoghe alla nostra per gusto e intento culturale: i versatoi a forma di stivale con imboccatura in guisa di testa leonina, forma che trae ispirazione da modelli in peltro o in vetro. Questi, per coerenza formale, sembrerebbero provenire da una medesima bottega databile alla seconda metà del XVI secolo (C. Ravanelli Guidotti, op.cit., 1996, p. 492 n. 140). Tuttavia è noto un unico esemplare firmato con la sigla “Do Pi”, Don Pino, databile tra il 1570 e il 1580, ora al Waddesdon Manor (inv. 7119), fatto che potrebbe testimoniare essere riconducibile al passaggio dello stampo dalla bottega di Virgiliotto Calamelli a quella di Leonardo Bettisi, detto Don Pino, quando questi rileva l’attività dopo il 1570 (T.Wilson, in L. Hollein, R. Franz, T. Wilson, a cura di,  Tin Glaze and Image Culture The Mak maiolica collection in its wider context, Vienna 2022, p.135, n. 87. D. Thornton, in Giulio Busti, Mauro Cesaretti, Franco Cocchi, a cura di, La maiolica italiana del Rinascimento: studi e ricerche. Atti del convegno internazionale, Assisi, 9-11 settembre 2016, pp. 66-69).
Per quanto riguarda la forma dell’opera in esame, il modello d’ispirazione è stato oggetto di numerose ipotesi avanzate dagli studiosi. I piedi in maiolica sono manufatti raffinati e ricercati che, insieme ai bronzetti votivi o ai bronzi di gusto classicheggiante, hanno caratterizzato una lunga tradizione d’imitazione nel corso del Rinascimento (Warren J. in Marino M., a cura di, Fabulae pictae: miti e storie nelle maioliche del Rinascimento, Firenze 2012) ascrivibile alla richiesta di opere “all’antica” a ornamento, insieme agli originali antichi, degli scrittoi dei gentiluomini rinascimentali. A tale esigenza i vasai faentini risposero attivamente con “la curiosa predilezione di quei maiolicari per le forme strane: martelli, violini, piramidi, zoccoli e scarpe, gabbie, ecc.” (G. Liverani Un raro cimelio di maiolica faentina. Faenza XL, 1954 fasc. II pp. 30-33). Convince in modo particolare l’ipotesi che avvicina il contenitore alle lucerne romane a forma di piede calzato, molto diffuse nei primi due secoli d. C. e forse collegate al culto orientale di Serapide.
La funzionalità di queste opere, inoltre, varia a seconda delle scelte di dettagli applicati agli stampi che ne potevano modificare l’uso. Ne è testimonianza un esemplare di piede di maiolica di Deruta, con stigmate, calzato con sandalo a suola piana con una imboccatura a mascherone sagomato a bocca ampia e spalancata e dotato di un foro per la fuoriuscita di liquido sulla punta dell’alluce. Questa caratteristica è più consona a una tazza ad inganno o bevi se puoi, nonostante l’opera di confronto, transitata sul mercato antiquario (C. Ravanelli Guidotti, op.cit., 1996, p. 546 n. 168), richiami come fonte di ispirazione una lampada calamaio, di bronzo dorato, a forma di piede del Museo Correr a Venezia (XI,102) probabilmente di Andrea Biosco detto Riccio (G. Mariacher, Bronzetti veneti del Rinascimento, Vicenza 1971, pp.28, n. 73, fig. 73).  Il medesimo modello si ritrova con varianti in due esemplari sempre di manifattura derutese entrambe dalla collezione Campana al Louvre: un primo piede con foro di uscita sul tallone (Inv. OA 1823) interpretabile come coppa ad inganno, e uno utilizzabile come calamaio, di forma più sobria (Inv. OA 1242).
Il nostro piede, semplice di forma e privo di aggiunte accessorie, come anche quello del British Museum, dovrebbe avere una finalità d’uso come calamaio. Proprio questa semplicità esecutiva, nonostante la mancanza di sigle, suggerisce una attribuzione alla bottega faentina di Virgiliotto Calamelli, confortata da documenti di archivio contenenti gli inventari della manifattura, pubblicati dal Grigioni nel 1934, nei quali, nel 1556, tra i pezzi di forma vengono citati “2 piedi”, con evidente riferimento alla presenza di due esemplari di tale foggia in bottega.
In ogni caso l’ambito cui ascrivere quest’opera resta quello delle curiosità colte tipiche del periodo tardorinascimentale, che trovano ampio spazio nelle produzioni di pregio faentine impegnate fortemente nella grande rivoluzione del gusto rappresentato dai “bianchi” (D. Thornton 2016, op. cit., pp. 69-80).

Bibliografia:
G. Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, 1568;
C. Grigioni, Documenti… I C. maiolicari…, in Faenza, XXII (1934), pp. 50-54, 88-90, 143-153;
G. Liverani Un raro cimelio di maiolica faentina. Faenza XL, 1954 fasc. II pp. 30-33;
G. Mariacher, Bronzetti veneti del Rinascimento, Vicenza 1971, pp.28, n. 73, fig. 73;
C. Ravanelli Guidotti, Bianchi di Faenza, Ferrara, 1996, p. 128 n. 20;
Warren J. in Marino M., a cura di, Fabulae pictae: miti e storie nelle maioliche del Rinascimento, Firenze 2012;
D. Thornton, in Giulio Busti, Mauro Cesaretti, Franco Cocchi a cura di, La maiolica italiana del Rinascimento: studi e ricerche. Atti del convegno internazionale, Assisi, 9-11 settembre 2016, pp. 63-82;
T.Wilson, in L Hollein, R. Franz, T. Wilson, a cura di,  Tin Glaze and Image Culture The Mak maiolica collection in its wider context, Vienna 2022, p.135, n. 87.