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VERSATOIO DI MAIOLICA. ANTONIO MARIA COPPELLOTTI
Versatoio di maiolica Antonio Maria Coppellotti

Versatoio di maiolica
Manifattura di Antonio Maria Coppellotti
Lodi, 1735 circa

Misure:

h 18,7 cm x 20,5 x 11,5

Stato di conservazione:

lntatto, a parte una lieve sbeccatura d’uso sulla punta del beccuccio

Il versatoio di maiolica ha un’imboccatura con lungo becco triangolare e orlo sagomato, appena estroflesso, che si alza nella parte posteriore dove s’innesta l’ansa. Quest’ultima è portata alta ed è costituita da un cordolo a sezione piana che, dall’innesto all’orlo, delinea scendendo una ”S” che termina con un lieve aggetto. L’invaso liscio e cilindrico si allarga alla base a formare un calice arrotondato, appena baccellato, per stringersi in uno stelo e allargarsi poi in un ampio piede costolato, sagomato, leggermente estroflesso e con base concava.
La superficie è ricoperta da uno spesso smalto bianco; la pittura è veloce, ma precisa e non lesina nell’uso del prezioso pigmento blu. Il decoro, interessa tutta la superficie, compreso l’orlo interno, e prevede sul fronte un fiore a larghi petali accompagnato da una decorazione fitoforme che si sviluppa radialmente con fitti rabeschi geometrici, secondo i dettami della cosiddetta decorazione “a merletto” che s’ispira alla coeva decorazione francese a lambrequins et rayonnants o alla Rouen. Il decoro s’interrompe nel calice, decorato a baccellature ovoidali, per poi riprendere con le medesime modalità alla Rouen anche sul piede.

Probabilmente il versatoio accompagnava l’apparecchiatura della complessa tavola settecentesca con la funzione di vaso per mescere liquidi: sia, accoppiato a una vasca, per il lavaggio delle mani, sia per versare nei bicchieri il vino – non presente sulla tavola – offerto da camerieri dedicati a ciascun commensale.

Il numero esiguo di opere coerenti per morfologia, dimensioni e decoro, presente in collezioni private, conferma l’attribuzione della brocchetta in oggetto alla manifattura lodigiana di Antonio Maria Coppellotti nella sua fase iniziale attorno al 1735-1740. Si vedano i due versatoi o brocchette presentati alla mostra della maiolica di Lodi (M. L. Gelmini, in Maioliche lodigiane del ‘700, cat. mostra di Lodi, Milano 1995, pp. 76-77, nn 39-40) e il versatoio, già collezione Robiati, in mostra al Poldi Pezzoli nel 1964 (G. Gregorietti, Museo Poldi Pezzoli, Maioliche di Lodi, Milano e Pavia, Milano 1964, n. 32). Un’opera particolarmente coerente, è conservata in una collezione privata a Lodi (F. Ferrari, La ceramica di Lodi, Lodi 2003, p. 94, n. 4). L’uso di questo stesso stampo ci deriva anche da brocchette che portano decori differenti, come, ad esempio, i due versatoi con decori “alla frutta” (Gelmini op. cit., pp. 118-119, nn. 113-114), a conferma del successo di questa forma nella manifattura Coppellotti ancora attestata nel 1750.

Altri esemplari pubblicati documentano l’utilizzo in manifattura di stampi differenti, come dimostra la morfologia di altri esemplari pubblicati che si distinguono sia per le dimensioni sia per le differenti caratteristiche della forma dell’invaso, del piede o dell’ansa applicate a crudo. Anche la realizzazione del decoro, affine al nostro nell’impianto progettuale, si diversifica a livello esecutivo per le differenti personalità dei pittori.

L’opera in esame si distingue dai confronti per una intrigante caratteristica distintiva della forma che, in fase di asciugatura da crudo, ha subito una leggera e anomala compressione sulla strozzatura del piede causata dal peso dell’invaso: questo “difetto” non ha impedito, già in antico, l’uscita del pezzo dalla manifattura, poiché non considerato lesivo della qualità dell’opera giunta a noi in tutta la sua integrità e la sua schiettezza.

Le prime notizie dei Coppellotti come famiglia di ceramisti, derivano dai documenti di archivio che, nel 1641, testimoniano la richiesta ufficiale, di un certo Giovanni Coppellotti, alle autorità competenti per l’apertura di una fabbrica di maioliche a Lodi.
La fabbrica, collocata nelle vicinanze della chiesa di S. Filippo pare aver avuto da subito di un discreto successo. Tuttavia è solo nel 1679, quando la direzione della fabbrica passò sotto la guida di Antonio Giovanni Maria Coppellotti – figlio o forse nipote del soprannominato Giovanni – che la produzione raggiunse l’apice del successo al punto da divenire esempio per le principali manifatture italiane dell’epoca soprattutto in Veneto e in Liguria. Nel 1728 la fabbrica si dovette spostare fuori dalla cerchia muraria per volere delle autorità che temevano la possibilità d’incendi. L’attività proseguì fino al 1750 circa, anno della morte di Anton Maria, per riprendere in seguito con il figlio, Bassano Coppellotti, sotto la guida di alcuni altri direttori tra i quali si ricordano: G. Moroni prima seguito da Giulio Berinzaghi e nel 1771 Pedrinazzi. Infine nel 1787 una nuova ordinanza comunale ordinò la chiusura definitiva della manifattura.
Le maioliche della fase iniziale sono caratterizzate dall’uso di uno smalto spesso, vellutato e da ornati che vanno dal monocromo turchino, con motivi all’italiana – rovine, castelletti, fiori-; alla francese – “rabeschi”, ramage – fino a decori alla maniera delle porcellane cinesi e d’ispirazione orientale. Di particolare pregio gli ornati alla frutta barocca nei quali l’uso del rosso denominato “bolo armeno” perviene a stupefacenti effetti a rilievo. Questa grande varietà di decori si manifesta già tra il 1735 e il 1740 quando, accanto alla produzione in monocromo turchino, si afferma la policromia ancora realizzata con tecnica a gran fuoco.

Bibliografia:

  • C. Baroni, Storia delle ceramiche nel Lodigiano, in Archivio storico per la città e i comuni del circondario e della diocesi di Lodi, XXXIV (1915), pp. 118, 124, 142; XXXV (1916), pp. 5-8;
  • A. Novasconi – S. Ferrari – S. Corvi, La ceramica lodigiana, Lodi 1964, ad Indicem; Maioliche di Lodi, Milano e Pavia (cat.), Milano 1964;
  • G. Gregorietti Museo Poldi Pezzoli, Maioliche di Lodi, Milano e Pavia (cat.), Milano 1964, n. 32;
  • M. L. Gelmini, in Maioliche lodigiane del ‘700 (cat. mostra Lodi), Milano 1995, pp 76-77, nn. 39-40;
  • R. Ausenda (a cura di), Musei e Gallerie di Milano. Museo d’Arti Applicate. Le ceramiche. Tomo secondo, Milano 2000, pp. 213-220;
  • F. Ferrari, La ceramica di Lodi, Lodi 2003, p. 94, n.4.