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MANICHINO FEMMINILE A GRANDEZZA NATURALE. FRANCIA, INIZI DEL SECOLO XX
Manichino femminile da atelier a grandezza naturale

VENDUTO

Manichino femminile da atelier a grandezza naturale Legno di faggio scolpito e intagliato
Francia, inizio del secolo XX

Misure:

Altezza: cm 178
Larghezza: cm 38
Profondità: cm 25
Peso kg 28

Stato di conservazione:

ottimo, pochi lievi segni d’uso.

Il manichino qui proposto si distacca decisamente dai modelli tradizionali. L’autore rifugge qualsiasi elemento riconducibile al realismo e alla naturalezza: nessuna concessione al dettaglio anatomico, nessuna caratterizzazione del volto che risulta immobile ed inespressivo.
Se lo smontassimo, molte delle parti che lo compongono sarebbero indecifrabili singolarmente. Persino le mani snodabili, un virtuosismo ingegneristico, sono impersonali dal punto di vista estetico.
Le articolazioni, i meccanismi e le viti di blocco sono esibiti di proposito e rafforzano il gusto “meccanico” e moderno della scultura: si percepisce l’intenzione dell’autore di distaccarsi dai cliché formali del passato.
Eppure questo manichino è tutt’altro che freddo, anzi emana un fascino insolito e dolce.  Forse sono i volumi delle varie parti del corpo femminile che gli conferiscono una particolare avvenenza, quasi sexy: l’unica licenza oggettiva che si è concesso lo scultore.
O forse è la suggestione che crea in noi la strana inespressività del suo viso, che ricorda in maniera sorprendente, e cento anni dopo, quello di Sonny, il robot protagonista del film I, Robot (del 2004, regia di Alex Proyas, prodotto da 20th Century Fox).
La scelta dell’autore è già scultorea e non meramente artigianale: il fatto che abbia utilizzato un legno di pregio, com’è quello di faggio, e non uno “povero” (ad esempio di abete, di pino o di pioppo), di cui è fatta la gran parte dei manichini, pare confermare una precisa scelta culturale dell’artista.
L’opera era comunque destinata ad un atelier e a servire come modello e base per studi anatomici: doveva essere destinata “al nudo”, senza essere celata sotto vestiti o drappeggi. La ricerca qui non è anatomica o naturalistica, ma espressione di volume e di essenzialità, in pieno distacco con la lettura più classica del corpo o del modello. Un distacco “modernista” che esorta alla ricerca dell’essenziale rispetto alla visione ritrattistica tradizionale, del volume sulla naturalezza, senza però annullare completamente l’essenza umana che il manichino doveva trasmettere all’artista: non mera accademia, ma sapiente ricerca e interpretazione del modello.

Il verbo «mannequiner» (dal quale deriva il termine italiano manichino) appare per la prima volta nella Francia del diciottesimo secolo e viene usato per descrivere l’atto di drappeggiare abilmente il tessuto su un manichino con un effetto naturale (MUNRO, J., Silent Partners: Artist and Mannequin from Function to Fetish, Fitzwilliam Museum, Cambridge, 14 ottobre 2014 – 25 gennaio 2015, catalogo della mostra, p. 28).

“La figura umana articolata fatta di cera o legno è stata uno strumento comune della pratica artistica europea fin dal XVI secolo. Le sue membra infaticabili e la sua silenziosità hanno permesso all’artista di studiare le proporzioni anatomiche, fissare una posa secondo il proprio gusto e perfezionare la rappresentazione di drappeggi e vestiti. Nel corso del XIX secolo, tuttavia, il manichino (o “lay figure” in inglese) gradualmente emerse dall’atelier per diventare un soggetto a sé stante, prima con umorismo, poi in modi più inquietanti, giocando sulla snervante presenza psicologica di una figura realistica ma irreale, veritiera ma senza vita.
Nonostante la pletora di effigi e avatar umani, sia virtuali, sia reali, che abitano la nostra esistenza del XXI secolo, il manichino continua ad affascinare e a disturbare, una nave vuota per le nostre paure e fantasie …” (MUNRO, J., op. cit., introduzione).
“… Come strumento nell’arsenale dell’artista, tuttavia, i manichini erano nascosti alla vista e raramente, se non mai, inclusi nelle rappresentazioni dello studio dell’artista – la loro presenza accennava al faticoso atto della pittura e diminuiva la percezione dell’artista come genio ispirato …” (MUNRO, J., op. cit., p. 2).

Bibliografia:

MUNRO, J., Silent Partners: Artist and Mannequin from Function to Fetish, Fitzwilliam Museum, Cambridge, 14 octobre 2014 – 25 janvier 2015, catalogue d’exposition.

Cover Photo: Fabrizio Stipari