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DUE PICCOLI PIATTI. ANTONIO MARIA COPPELLOTTI, LODI 1740 CIRCA
Due piccoli piatti, Antonio Maria Coppellotti

Due piccoli piatti
Manifattura Antonio Maria Coppellotti
Lodi, 1740 circa
Maiolica a policromia a gran fuoco

Misure:

Diametro cm 18
Peso: g 170 ca.

Stato di conservazione:

uno intatto, salvo alcune lievi sbeccature agli orli e una sottile felatura; il secondo rotto in tre parti con restauro visibile sul retro.

La coppia di piccoli piatti presenta una forma tradizionale priva di anello di appoggio con tesa breve, appena inclinata e dal profilo mistilineo; l’orlo è mosso, centinato e listato in bruno-marrone.

La decorazione è realizzata in policromia a gran fuoco su uno smalto spesso, di colore bianco crema nel primo e appena più scuro nell’altro, con qualche piccola bollitura in entrambi. In un esemplare, collocata al centro della composizione, si scorge una zolla erbosa “aerea” sulla quale poggia un alberello accompagnato da due frutti: una prugna e una pesca. Nel secondo piatto è dipinto un rametto fogliato con due piccole pere e sul quale è appollaiato un uccellino policromo. In entrambi i piattini la tesa è decorata con l’alternarsi di rametti fioriti e insetti policromi dalle lunghe zampette.

Entrambi i piattini recano al verso la sigla “AMC”, delineata una in verde chiaro e l’altra in bruno. Il confronto del monogramma “AMC” ci conforta nell’attribuzione: si vedano in merito alcuni esemplari esposti nella mostra di Lodi del 1995 (M. L. Gelmini, Maioliche lodigiane del ‘700, Milano 1995, pp. 112-115; nn. 103-104).

Molto prossimo, per morfologia e decoro, ma di dimensioni appena maggiori, è un piatto (n. inv. 325) con analogo ornato oggi conservato nelle raccolte di Arti Applicate del Castello Sforzesco di Milano (R. Ausenda, a cura di, Musei e Gallerie di Milano. Museo d’Arti Applicate. Le ceramiche. Tomo secondo, Milano 2000, p. 191, n. 231).

I due piattini sono dunque opera certa della manifattura lodigiana di Antonio Maria Coppellotti, di cui seguono tutti i canoni compositivi. Le opere si possono infatti inserire nel pieno del periodo in cui, nel rispetto dei canoni barocchi, la decorazione “alla frutta” divenne un soggetto tra i più richiesti tanto da essere poi ripreso non solo nelle fabbriche lombarde più prossime, ma anche dalla manifattura Antibon a Bassano (G. Ericani, P. Marini, N. Stringa La Ceramica degli Antonibon, Milano 1990) e quindi ancora nelle Marche (G. Biscontini Ugolini, Ceramiche pesaresi dal XVIII al XX secolo 1986 pp. 41-44).

La perizia pittorica dei decoratori lodigiani, soprattutto nel controllo dei colori, fece scuola: il rosso, proveniente da cave orientali ormai esaurite, e denominato “bolo armeno”, era controllato in cottura grazie all’applicazione di una sottile pennellata di smalto sopra la sezione interessate dalla cromia in modo da contenere la “bollitura” della stessa in cottura arrivando a esiti notevoli nei quali il rilievo e il colore rosso – arancio contraddistinguono la produzione.

Le prime notizie dei Coppellotti come famiglia di ceramisti, derivano dai documenti di archivio che, nel 1641, testimoniano la richiesta ufficiale, di un certo Giovanni Coppellotti, alle autorità competenti per l’apertura di una fabbrica di maioliche a Lodi.

La fabbrica, collocata nelle vicinanze della chiesa di S. Filippo pare aver avuto da subito di un discreto successo. Tuttavia è solo nel 1679, quando la direzione della fabbrica passò sotto la guida di Antonio Giovanni Maria Coppellotti – figlio o forse nipote del soprannominato Giovanni – che la produzione raggiunse l’apice del successo al punto da divenire esempio per le principali manifatture italiane dell’epoca soprattutto in Veneto e in Liguria. Nel 1728 la fabbrica si dovette spostare fuori dalla cerchia muraria per volere delle autorità che temevano la possibilità d’incendi. L’attività proseguì fino al 1750 circa, anno della morte di Anton Maria, per riprendere in seguito con il figlio, Bassano Coppellotti, sotto la guida di alcuni altri direttori tra i quali si ricordano: G. Moroni prima seguito da Giulio Berinzaghi e nel 1771 Pedrinazzi. Infine nel 1787 una nuova ordinanza comunale ordinò la chiusura definitiva della manifattura.

Le maioliche della fase iniziale sono caratterizzate dall’uso di uno smalto spesso, vellutato e da ornati che vanno dal monocromo turchino, con motivi all’italiana – rovine, castelletti, fiori, o alla francese – “rabeschi”, ramage – fino a decori alla maniera delle porcellane cinesi e d’ispirazione orientale. Di particolare pregio gli ornati alla frutta barocca nei quali l’uso del rosso denominato “bolo armeno” perviene a stupefacenti effetti a rilievo. Questa grande varietà di decori si manifesta già tra il 1735 e il 1740 quando, accanto alla produzione in monocromo turchino, si afferma la policromia ancora realizzata con tecnica a gran fuoco. Rara la marca, che denota con certezza le maioliche della fabbrica, che utilizza un monogramma “AMC” intrecciato, talora in colori differenti e in alcuni casi accompagnato dai nomi dei pittori e dei modellatori della manifattura.

Bibliografia:

C. Baroni, La maiolica antica di Lodi, in “Archivio storico lombardo” LVIII, 1930, pp. 448 s., 455-457;

A. Minghetti, I ceramisti italiani, Roma 1946, p. 129;

S. Levy, Maioliche settecentesche lombarde e venete, Milano 1962, pp. 15-17, tavv. 121-150;

G. Gregorietti Museo Poldi Pezzoli, Maioliche di Lodi, Milano e Pavia (catal.), Milano 1964, pp. 15 s., con ill.;

A. Novasconi – S. Ferrari – S. Corvi, La ceramica lodigiana, Milano 1964, pp. 23, 27, 34-36, 47, ill. pp. 53-121;

O. G. C. Sciolla, Museo civico di Lodi, Bologna 1977, pp. VIII s.; tavv. pp. 72-76, 78;

M. L. Gelmini, Maioliche lodigiane del ‘700, Milano 1995, pp. 112-115; nn. 103 – 104;

R. Ausenda, a cura di, Musei e Gallerie di Milano. Museo d’Arti Applicate. Le ceramiche. Tomo secondo, Milano 2000, p. 191, n. 231;

Felice Ferrari, La ceramica di Lodi, Lodi 2003.