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MODELLO BOTANICO EQUISSETUM LIMOSUM L.

Modello botanico Equissetum Limosum L.

Modello botanico Equissetum Limosum L
Robert Brendel
Breslavia, 1880 circa

Etichetta: a stampa A. Dall’Eco – Firenze. Viale Principe Eugenio 14 e 30;
a mano Equissetum Limosum.
Frutto Equiseta[cea]e. Sulla stessa applicata piccola etichetta recante a china N. 1

Cartapesta, gesso e legno dipinti a mano

Dimensioni: cm 48,5 x 14,5 x 12,8. Peso: g 311

Stato di conservazione:

completo e in buono stato di conservazione, lacune minori da uso. Base e etichetta originali e coeve.

Il modello realizzato a uso didattico, raffigura l’Equissetum limosum L., Equiseto, famiglia Equisetaceae. Il frutto apicale può essere staccato dal gambo.
In questa morfologia, a fiore unico con ramificazioni, il modello è presente con il numero “1” del catalogo originario di Brendel del 1893. Nel catalogo del 1914 ha forma differente priva di ramificazioni identificato con il numero 2.

Il modello mostra confronti nei rari esemplari conservati nelle collezioni museali tra cui quella di Namur (P. Martin, La collection Brendel de l’université de Namur, Namur 2024, p. 15, fig. 8).
Un esemplare di confronto unito a altre parti della pianta sulla stessa base, è presente nelle collezioni Universitarie di Bologna nel 1880 dove è tuttora conservato (Università di Bologna, Erbario e Museo Botanico, codice identificativo 9906005c).

La riscoperta e lo studio dei modelli Brendel, oltre alle note raccolte museali e universitarie, hanno dato impulso a un collezionismo colto, consapevole del loro valore nella storia della scienza e della loro indubbia rilevanza storica ed estetica. Tale valore è accresciuto dall’unicità di ciascun esemplare, dovuta alla natura semiartigianale della produzione.

Le opere Brendel erano realizzate a partire da stampi con l’impiego di un’ampia varietà di materiali: cartapesta, legno, gesso, gelatina e altri ancora, e le varie parti successivamente assemblate dai modellisti.
I modelli si distinguevano in particolare per le dimensioni considerevoli e per la novità rappresentata dalla possibilità di essere smontati e ricomposti. La produzione, molto articolata, raggiunse circa duecento modelli, diffusi grazie a una fitta rete di rivenditori, talvolta identificabili dalle loro etichette sovrapposte a quelle originali. I cataloghi dei modelli, in varie edizioni, differivano a seconda dei livelli scolastici cui erano destinati e descrivevano minuziosamente le opere, talvolta corredate da illustrazioni fotografiche (A. Maurizzi, La collezione Brendel di modelli di fiori ed altri organi vegetali dell’Università di Bologna, in MUSEOLOGIA SCIENTIFICA nuova serie, 4(1-2): 105-110, 2010, p. 108).
Tra i rivenditori sono menzionati dagli studiosi: per l’Italia Giorgio Santarelli e Alberto Dall’Eco (quest’ultimo era un rivenditore di strumenti e materiali scientifici, documentato tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo) a Firenze; Václav Friĉ a Praga (allora Austria-Ungheria). Negli Stati Uniti operava la James W. Queen and Company di Filadelfia.

Nell’“Età dei Lumi”, il collezionismo tipico dei gabinetti di storia naturale aveva lasciato il posto a una nuova forma di esibizione delle opere e dei reperti, sempre più orientata da una visione tassonomica e scientifica. Ciò condusse alla creazione di musei che, tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo, divennero le sedi ideali per la presentazione delle scoperte derivanti da un’attività scientifica, tecnologica e culturale in rapida espansione, favorita anche dal successo delle grandi Esposizioni Universali.

L’invenzione della macchina fotografica e della fotomicroscopia rese possibile la diffusione di immagini scientifiche inedite, generando una crescente domanda di modelli didattici. Dalla tradizionale produzione in cera del XVIII secolo si passò così all’impiego di nuovi materiali, più vari e rispondenti alle esigenze delle “immagini ingrandite”. I modelli di nuova generazione, destinati a scuole e università, erano di produzione semi industriale, scientificamente accurati, economici e sufficientemente robusti da resistere all’uso di più generazioni di studenti.

Tra le principali fabbriche produttrici, sorte prevalentemente in Francia e in Germania, spicca la società Brendel, fondata nel 1866 da Robert Brendel a Breslavia, oggi in Polonia. Per la produzione, Brendel si avvalse della consulenza scientifica del farmacista locale, dottor Carl Leopold Lohmeyer, e del botanico professor Ferdinand Cohn, direttore della Stazione Agricola di Breslavia. Quest’ultimo fu probabilmente l’artefice dell’ampliamento della produzione dalle sole piante medicinali a tutte le specie botaniche (P. Martin, op. cit., p. 12).

Alla morte del fondatore, nel 1898, l’azienda – già insignita di medaglie d’oro alle esposizioni di Mosca (1872), Colonia (1890) e alla World’s Fair di Chicago (1893) – offriva ormai una gamma di modelli che spaziava dalla zoologia all’antropologia, dalla cristallografia alla mineralogia. Il figlio, Reinhold Brendel, rilevò l’impresa e trasferì la produzione a Grünewald, nei pressi di Berlino. La notorietà e la capacità imprenditoriale della ditta le valsero nuovi riconoscimenti alle esposizioni universali di Parigi (1900), Santiago del Cile (1902), St. Louis (1904), Bruxelles e Buenos Aires (1910).

Dopo la morte di Reinhold nel 1927, le testimonianze sull’attività dell’azienda diventano sporadiche, probabilmente a causa delle vicende belliche. Tuttavia, negli anni Trenta, si ha notizia di una produzione di modelli Brendel a Gottinga, a opera della ditta PhyWe.

Bibliografia:
  • P. Martin, La collection Brendel de l’université de Namur, Namur 2024 ;
  • G. Fiorini, L. Maekawa & P. Stiberc, La “Collezione Brendel” di Modelli di Fiori ed Altri Organi Vegetali del Dipartimento di Biologia Vegetale dell’Università degli Studi di Firenze, in “Museologia Scientifica”, 22(2): 249-273 (2005);
  • G. Fiorini, L. Maekawa & P. Stiberc, Save the Plants: Conservation of Brendel Anatomical Botany Models, The Book and Paper Group Annual 27 (2008);
  • A. Maurizzi, La “Collezione Brendel” di Modelli di Fiori ed Altri Organi Vegetali dell’Università di Bologna, in “Museologia Scientifica” nuova serie, 4(1-2): 105-110, (2010)