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COPPIA DI ZUPPIERE. ANTONIO FERRETTI. LODI, 1770 CIRCA
Coppia di zuppiere di maiolica manifattura antonio ferretti

Coppia di zuppiere
Manifattura Antonio Ferretti
Lodi, 1770 circa

maiolica decorata a policromia piccolo fuoco

Misure:

a – cm 22 x 28 x 19
b – cm 22,5 x 31 x 20
Peso: a – kg 1,484 e b – kg 1,539

Stato di conservazione:

a – alcune sbeccature d’uso agli orli e alle parti rilevate, soprattutto nell’orlo del coperchio; b – una rottura passante a un’ansa e alcune felature passanti sul fondo della zuppiera dovute all’uso in antico.

Le due zuppiere di forma ovale poggiano su un alto piede appena svasato e presentano pareti costolate, manici a rocailles e presa del coperchio modellata a forma di pesca. Nella prima zuppiera i manici sono più aderenti al corpo, mentre nell’altra sono distaccate con una presa più semplice
La forma delle zuppiere deriva da uno stampo da Strasburgo, detto forme de Paris.
L’ornato con fiori policromi, mostra alcuni rami fogliati e fioriti con una grande rosa al centro e fiori secondari; un insieme di ramoscelli con fiorellini e semis di foglioline sparsi su tutta la superficie completano il decoro. Le due zuppiere si differenziano tra loro per alcune scelte nel decoro: nella prima più compatto sul corpo e caratterizzato da una rosa selvatica ancora con la corolla semichiusa, mentre nella seconda il decoro è più distanziato e la rosa selvatica si mostra interamente aperta. Il motivo detto “alla rosa contornata” o “alla vecchia Lodi” costituisce uno degli ornati più amati nel corso del XVIII secolo e è chiamato negli inventari coevi a “fiori alla Strasburgo”.
Questa scelta decorativa rappresentò un punto di forza della fabbrica lodigiana che si affermò grazie alla vivacità dei colori resa possibile dall’introduzione della nuova tecnica perfezionata da Paul Hannong a Strasburgo e che Antonio Ferretti aveva introdotto in Italia. Questo processo produttivo, denominato cottura a “piccolo fuoco”, consente di utilizzare un maggior numero di colori rispetto al passato; in particolare fu introdotta la porpora di Cassio, un colore rosso a base di cloruro d’oro, che consentì di ottenere molte più tonalità e sfumature, dal rosa al porpora.

La famiglia Ferretti aveva cominciato la propria attività di fabbricazione di maioliche a Lodi dal 1725.
Il capostipite Simpliciano aveva dato l’avvio all’attività acquistando una antica fornace nel 1725 e, nell’aprile dello stesso anno, abbiamo testimonianza della piena attività dei forni (Novasconi-Ferrari-Corvi, 1964, p. 26 n. 4). Simpliciano aveva avviato una produzione d’eccellenza anche grazie alla proprietà di cave di argilla in località Stradella, non lontano da Pavia. La produzione ebbe un tale successo che nel 1726 un decreto della Camera di Torino giunse a proibire l’importazione di ceramiche forestiere, soprattutto da Lodi, per tutelare la produzione interna (G. Lise, La ceramica a Lodi, Lodi 1981, p. 59).
Nelle fasi iniziali la manifattura produceva maioliche dipinte con tecnica “a gran fuoco”, spesso in monocromia turchina, con ornati derivati da moduli compositivi in voga in Francia a Rouen, anche grazie alla collaborazione di pittori della stregua di Giorgio Giacinto Rossetti, che poneva sui migliori esemplari il proprio nome accanto alla sigla della fabbrica.
Nel 1748 Simpliciano fece testamento (Gelmini, 1995, p. 30) nominando erede universale il figlio Giuseppe Antonio (detto Antonio). Dopo il 1750, scomparso Simpliciano, Antonio si occupò direttamente della fabbrica di maioliche, elevandone le sorti fino a raggiungere una reputazione a livello europeo. Particolarmente importante fu proprio la già citata introduzione nel 1760 della innovativa lavorazione “a piccolo fuoco”, che, ampliando il repertorio ornamentale con temi floreali d’ispirazione sassone, poté competere commercialmente con le porcellane tedesche che avevano nel Deutsche Blumen naturalistico una delle sue proposte più rinomate.
Antonio Ferretti comprese e promosse questa tecnica e questo decoro, riproponendolo in una versione più fresca e corriva, meno legata alle tavole botaniche, in versione contornata o scontornata e anche in monocromia porpora o verde.
Dopo queste felici esperienze con l’introduzione di tecniche produttive più industriali, anche la manifattura Ferretti, nell’ultimo decennio del Settecento, si avvia verso la decadenza, nonostante i tentativi di adeguare la produzione al gusto neoclassico.
Nel 1796 la battaglia napoleonica per la conquista del ponte di Lodi sull’Adda compromise definitivamente le fornaci. La produzione riprese, anche se in maniera abbastanza stentata, fino alla scomparsa di Antonio il 29 dicembre 1810. (M. L. Gelmini, pp. 28-30, 38, 43 sgg., 130-136 (per Simpliciano); pp. 31 sgg., 45-47, 142-192 (per Antonio).

La zuppiera con manici appena distaccati b) è stata pubblicata come parte di una coppia in M.A. Zilocchi, scheda in R. Bossaglia, V. Terraroli, a cura di, Settecento Lombardo, Milano 1991 492, V36.
Esemplari simili si trovano nelle principali collezioni pubbliche e private lombarde: una zuppiera dello stesso modello è conservata a Milano, nelle raccolte del Castello Sforzesco (R. Ausenda, Museo d’Arti Applicate, Le Ceramiche, Tomo II, Milano 2001, p. 217, n. 242).

Bibliografia:

C. Baroni, Storia delle ceramiche nel Lodigiano, in Archivio storico per la città e i comuni del circondario e della diocesi di Lodi, XXXIV (1915), pp. 118, 124, 142; XXXV (1916), pp. 5-8;
C. Baroni, La maiolica antica di Lodi, in Archivio storico lombardo, LVIII (1931), pp. 453-455;
L. Ciboldi, La maiolica lodigiana, in Archivio storico lodigiano, LXXX (1953), pp. 25 sgg.;
S. Levy, Maioliche settecentesche lombarde e venete, Milano 1962, pp. 17 sgg.;
A. Novasconi – S. Ferrari – S. Corvi, La ceramica lodigiana, Lodi 1964, ad Indicem; Maioliche di Lodi, Milano e Pavia (catal.), Milano 1964, p. 17;
O. Ferrari – G. Scavizzi, Maioliche italiane del Seicento e del Settecento, Milano 1965, pp. 26 sgg.;
G. C. Sciolla, Lodi. Museo civico, Bologna 1977, pp. 69-85 passim;
G. Lise, La ceramica a Lodi, Lodi 1981;
M. Vitali, in Storia dell’arte ceramica, Bologna 1986, p. 251;
M. A. Zilocchi, in Settecento lombardo, Milano 1991, pp. 492-496;
M. L. Gelmini, in Maioliche lodigiane del ‘700 (cat. mostra Lodi), Milano 1995, pp. 31 ss., 45-47, 142-192;
R. Ausenda (a cura di), Musei e Gallerie di Milano. Museo d’Arti Applicate. Le ceramiche. Tomo secondo, Milano 2000, pp. 213-220;
Felice Ferrari, La ceramica di Lodi, Lodi 2003.
 

Cover Photo: Fabrizio Stipari